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Ci sono 13 paladini nel mondo.
8 sono Boston.
3 a Londra.
2 a Chicago.

Master:LiritMarch, NoraHermione

-13 giorni

Abbiamo avuto *loading* Osservatori

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Il Regolamento

Per partecipare a questo Gioco di Blog è necessario avere la buona volontà di seguirlo e di volerlo arricchire con il proprio contributo.

*Sono requisiti fondamentali: la voglia di scrivere, la cooperazione fra giocatori, nonché accettare queste poche ma basilari regole.
*Dovrete imparare a conoscere e rispettare la trama, i giocatori ed i personaggi.
Leggete i profili pubblicati, la traccia della quest in corso, per integrarvi quanto prima. Non siete obbligati a restare, se il gioco vi ripugna.
*Fate domande su ciò che non capite: potete accordarvi con gli altri utenti o domandare loro notizie sui personaggi, oppure rivolgetevi a Lirit March e NoraHermione per chiarire un dubbio e proponete una vostra idea .
*Un pezzo, per essere considerato tale, deve avere una corretta impostazione sintattica e grammaticale, non saranno tollerate abbreviazioni e storpiature della lingua italiana.
Potrete muovere il vostro personaggio, i PNG presenti e gli altri giocanti a patto che non venga snaturato il carattere di questi ultimi.
*Avete diritto ai vostri PNG, personaggi non giocanti, che però abbiano un profili ed una loro utilità nella storia.
*La scrittura di un post deve essere ordinata, sappiamo che l’aspetto non è tutto, ma anche l' occhio vuole la sua parte.
Abbiamo un font pre-impostato, non necessita di alcun trattamento particolare (tranne l’ora ed il luogo, che andranno in corsivo rosso); essendo il carattere di default vi preghiamo di non fare un copia/incolla diretto da Word.
La pagina ne risulterà appesantita, per tacere della sfasatura di spazi.
Vi diamo alcuni semplici consigli:
- Terminato il vostro pezzo, trasferito su block notes e quindi copiatelo sul blog.
- Evidenziate la parte scritta e ciccate sull’icona “giustificato”.
- Evidenziate le parole che volete far risaltare e lasciatele in corsivo.
- Immettete le immagini.

*Ora, dato che siamo in GdB e non in un museo, vi saremmo grati se evitaste wallpaper abnormi.
L’immagine caricata non deve superare i 300 pixel in altezza ed i 250 in larghezza. Non scordate di mettere i CSS, prima di inviare l’immagine.
Altri consigli:
-Salvate l’immagine su di un sito sicuro (es: photobucket).
-Aprite l’icona per inserire l’immagine, copiate il link, scrivete i parametri di larghezza ed altezza, impostate i CSS del caso.
-Guardate che effetto fa, se è uno schifo, non è colpa vostra, magari dovete cambiare posizione.

Le immagini possono essere “incasellate” nel testo o poste alla fine o all’inizio ed in tal caso, non scordate di fare CSS center.
*Chi non invierà un post al mese, sarà richiamato, qualora non rispondesse, escluso dal GdB.

Il Modulo per partecipare

Inviate(igraine_diavalon[at]yahoo.it o a melpomene_greegrass[at]yahoo.it; oppure un pm a liritmarch o NoraHermione o EsfirNomova ) il profilo del vostro personaggio con questi dati:
Nome completo del pg.
Account.(altrimenti come vi aggiungiamo?)
Breve storia.
Potere ricevuto(attenzione: non può essere “doppio” ad un altro personaggio)
Aspetto fisico.
Carattere.
Curiosità.
Una fotografia che sarà poi l’avatar ON GAME quindi non sarà doppia manco quella.

Puoi scrivere nel forum.

Contro i copioni!

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Ricordate che le Admins e la segretaria vi faranno a pezzi!

L' Ambientazione

2007; città di New York. Una misteriosa Entità ha terminato di stilare la lista dei “Paladini del mondo”.
A questi “fortunati” sarà dato un potere, una dote straordinaria, che li aiuterà a portare a buon fine la più delicata delle missioni: salvare l’Umanità da un’imminente Catastrofe.
È l’Entità stessa a domandare loro se sono disposti a rinunciare alla loro esistenza per combattere, per viaggiare con altri perfetti estranei.
Sono molte le missioni da portare a termine per evitare la Fine, i teatri della lotta sono sparsi ovunque e non un solo compito va trascurato.

Sei pronto a diventare un Paladino?

Dove siamo?

*Boston: Hope Barton, sorella della suicida Monica, trova qualcosa di bizzarro nell'ultima e-mail della studentessa.
La misteriosa Sofia, che aveva già consigliato Hope, si materializza nella cucina di Gerald Kaine, costringedo Isolde a radunare gli altri ragazzi per ascoltare quella che appare come una ragazzina.

*Chicago: Nereus ha scoperto la verità sulla morte di Deirdre: stuprata da un pastore anglicano e quindi uccisa dalla madre in un raptus di follia religiosa.
La sconvolgente verità deve essere comunicata prima che l'accusato venga punito ingiustamente.

*Londra: Sian confida con Bashir, mentre Jill e Morry fanno amicizia. Le tre ragazze sono costantemente perseguitate da biglietti ed immagini che mostrano un catastrofico 5 Novembre.

Quests in corso

Boston

Sette Paladini hanno una traccia da seguire: qualcosa di terribile sta per accadere al MIT (Massachusetts Institute of Technology).
Non è ben chiara la causa scatenante, ma potrebbe trattarsi d'una bomba, come d'un attacco demoniaco.
Tutto ciò che possono fare è cercare, aspettare e sperare nei quindici giorni che hanno a disposizione, la verità venga a galla e la minaccia sia sventata.
Gerald sa che se ciò non avvenisse, le cinque scuole del prestigioso MIT andrebbero distrutte e la quasi totalità degli studenti e dei docenti sarebbero sterminati.

Chicago

Una bambina di dieci anni uccisa, un perfetto capro espiatorio, un processo che scuote l'opinione pubblica.
Cosa possono fare un telepate straniero ed un giurato, per scongiurare un'ingiustizia?

Londra

Sian, una ragazza, con il dono della psicometria, scopre un piano volto far saltare in aria niente meno che il Big Ben. Chi le crederà?
Il suo inseparabile padre? Il suo docente d'Antropologia? Il di lui, assistente? Un compagno di corso?
Scoprirà presto, che il suo ruolo, in quella bizzarra situazione è fondamentale e che nella capitale, non è la sola Paladina in azione.

I Paladini

Gerald D. Kaine-Leader dei Paladini. Lirit A. March- Idrocinesi. Esfir L. A. Nomova- Manipolazione molecolare. Samara Niemand- Precognizione. Gwydion R. Blinves- Manipolazione di suoni ed ultrasuoni. Isolde N. Bliss- Trasfigurazione. Brunilde Hack- Forza e resistenza fisica. Nereus Borisèk Sovdat- Telepatia Albert S. Roseburn- Persuasione Mentale. Sian G. Houston- Psicometria. Morrigan E. Broderick- Rigenerazione al tatto. Patrick L.Broderick- Pirocinesi. Jillian McKanzie- Manipolazione del Tempo.
clicca sulle immagini per leggerne il profilo.

Personaggi secondari

Riordan H.Kingstone- Amico dei Paladini. Robert S. Cox- Studente al MIT. Guinevere O' Connor- Convivente di Albert, madre di Sian. Jasper Houston- Padre di Sian, ex marito di Guinevere. Walter Owen O’ Dannan III/Metatron. Melvin E.Cooper- Docente di Antropologia delle religioni. Jaser Bashir- Assistente del professor Cooper. Studente di Antropologia delle religioni, compagno di corso di Sian, amico di Lirit. Tobias John Smit - L'Ebreo Errante.

I Nemici

Adonia- Demone della Follia. Asmodeus- Principe degli Inferi, padre di Adonia. Gremory- Duca degli Inferi, madre di Adonia.

Le Creature

Angeli.
Faerie.
Demoni.

Defunti

Monica Barton- Studentessa al MIT.

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Immagine: Caspar David Friedrich.
Hosting: Splinder e Altervista
Tutti gli scritti appartengono ai rispettivi autori.

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Conosci il tuo nemico

venerdì, 13 giugno 2008, 12:05
Scritto da IsoldeBliss
Categorie: immagini, progetti, sfoghi, malinconia, misteri, paura, dubbi, boston, rimpianti, piani, gerald kaine, lirit march, riordan kingstone, isolde bliss, samara niemand, brunilde hack, esfir nomova, paladini
commenti

How can you be sure - Radiohead

Boston, Appartamento Kaine.
Ora locale: 8.00 AM.



La sparizione della deliziosa Sofia aveva lasciato il posto a una spessa cortina di silenzio tombale, rotta appena dai cucchiaini che danzavano nei caffè ormai freddi, che nessuno avrebbe avuto il coraggio di bere.
Isolde sbocconcellò senza convinzione un panino dolce, poi trovò negli sguardi dei compagni la stessa amarezza che come un fiore le era sbocciata improvvisa nel petto, senza nessuna particolare motivazione: Ashley era, così come Monica, soltanto un altro nome, individui conosciuti per caso che serbavano nella memoria una traccia flebile, lieve come i vapori della pioggia che batteva sulla finestra.
Il compendio perfetto di tutti i suoi pensieri si riassumeva con una sola parola: disgusto. Ma schifo in effetti andava molto meglio.
Per un demone che s'impadroniva del corpo di una ventenne, per un'altra ragazza impazzita e spinta al suicidio, per il gorgo di follia che stava distruggendo quattro giovani vite, quattro ragazzi con la sua stessa voglia di futuro stampata in viso.
L'atmosfera funerea doveva aver raggiunto il culmine, perchè Riordan inghiottì un morso di frittella e lanciò ai commensali riuniti attorno al tavolo un'occhiata affilata come un rasoio:"La seduta di raccoglimento delle Dame della Carità è conclusa? Vorrei farvi notare che uno spirito millenario è appena stato in questa cucina, che abbiamo un demone in affitto nel corpo di Ashley Turner, che tra tredici giorni saltiamo in aria e che stiamo perdendo fiumi di tempo prezioso."
Dan non era volontariamente caustico né cinico, voleva scuoterle e conosceva un solo modo per farlo e, per quanto fosse brusco e sbrigativo, di certo doveva ritenerlo efficace; quella mattina però non funzionò, perchè Lirit gli rispose con uno sguardo incendiario:"Come puoi dire una cosa simile?! Monica e Ashley erano-"
Brunilde scosse la testa, gli occhi come ossidiana e la interruppe:"Ha ragione lui. E' inutile sprecare tempo prezioso per sentimentalismi di sorta: non abbiamo saputo vedere coi nostri occhi e Sofia ce l'ha fatto presente."
"E' lei lo spirito superiore, qui" osservò Esfir diplomatica.
Samara accennò una buffa risata che le si congelò a metà sul viso:"Io vedo il futuro, Lirit manovra l'acqua, Brunilde è più forte di sedici campioni di boxe messi insieme, tu fai esplodere le cose, Isolde le può trasformare e il signor Kaine ha sei identità diverse.
E saremmo noi le persone normali?!"
Esfir parve crucciarsi appena:"Questo non significa che abbiamo il dono dell'onniscienza."
"Ci è stato affidato un potere e non abbiamo saputo utilizzarlo al meglio: questa è una sconfitta" mormorò sommessa Lirit, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo opaco.
Isolde parve rianimarsi:"Andiamo, la fantomatica Catastrofe non è ancora avvenuta, possiamo rimediare ai nostri errori, siamo ancora in tempo."
Dan strinse le palpebre, come spossato, e esalò un lungo sospiro carico di frustrazione:"Lo stiamo perdendo tutto in queste discussioni inutili."
"Sei stato tu a iniziarla, ti ricordo" lo rimbeccò Brunilde con un sopracciglio alzato.
"Se così riesco a farvi reagire senza avere accanto tante mummie buone per i crisantemi, ben venga!" ribattè Kingstone, passandosi sul volto una mano nervosa.
"Non possiamo far finta di niente e voltarci dall'altra parte, dopotutto quanto è successo è anche colpa nostra, come ha detto Lirit noi non abbiamo-" e Samara s'interruppe, improvvisamente timorosa dopo che Gerald Kaine ebbe intimato il silenzio con un pugno livido sul tavolino che fece traballare le tazze piene.
"Non ho alcuna intenzione d'avere a che fare con un branco di ragazzini viziati per un solo minuto in più.
Sembrate pronti a ricommettere lo stesso errore per cui ora vi sentite in colpa. Guardatevi: litigate, vi accusate, battibeccate, nonostante abbiate appena saputo che la morte di Monica Barton non è casuale e che Ashley Turner è stata uccisa da un demone che ne ha preso il posto.
Avete riflettuto su come agire, su quali carte possiamo ancora giocare? Non potete permettervi di commiserare voi stessi né nessun altro, altrimenti avremo già perso ancora prima di iniziare a combattere. Sono stufo di richiamarvi all'ordine e di intimarvi di riflettere con lucidità, dovreste essere ormai capaci a farlo da soli.
Signori, questo non è un Gioco di Ruolo né un videogame giapponese o un serial della FoxTV. Vi ribadisco il concetto in caso non vi fosse chiaro: si muore per davvero, e se non mi credete chiedetelo a Monica e ad Ashley."
"...Non ci faccia la paternale, Signor Kaine" sbottò cupamente Dan.
"Evidentemente ne avete bisogno, Riordan, vi state comportando come ragazzini stizzosi."
Il tono di Kaine era pacato, eppure conserava un'autorevolezza e una lucidità tale da imporre il rispetto senza durezza né rimproveri gratuiti. Gerald pretendeva la massima collaborazione da loro; la grande fiducia e stima che riponeva nei loro confronti ne era la garanzia e pareva essere l'unico realmente conscio della delicatezza del loro compito e del pericolo enorme che stavano correndo.
Brunilde Hack arricciò le labbra, inquieta:"La buona volontà c'è sempre stata da parte nostra, questo deve ammetterlo."
"Hai ragione, ma adesso vi chiedo qualcosa in più: vi chiedo iniziativa, capacità di reazione, lavoro di squadra. Se Sofia è stata qui significa che la situazione sta precipitando."
"Dunque è stato una specie di avvertimento?" chiese pensosa Isolde.
Gerald annuì:"Non capite? Abbiamo perso di vista il fulcro della questione, ovvero Ashley, o ciò che ne rimane."
Lirit parlò cauta, il tono sommesso:"Vuole dire che se," deglutì, si schiarì la voce e riprese:"Se fossimo stati più attenti, avremmo potuto evitare il suicidio di Monica Barton?"
Kaine si trovò spiazzato e per una manciata di secondi gli mancarono le parole giuste; a fatica cominciò, il tono paziente e tranquillizzante, come se stesse facendo una carezza a un bambino spaventato:"Lirit, la direzione delle cose è una sola, non possiamo chiederci come sarebbe andata, se. I rivolgimenti al passato sono sterili se non ci insegnano qualcosa: tutto ciò che possiamo augurarci è d'aver imparato a che fare con un nemico molto più veloce, subdolo e malvagio di noi.
Perchè, almeno nella morte, Monica abbia la pace che le è mancata in vita."
Lirit non parve totalmente rassicurata, ma si lasciò sfuggire un sospiro come unico segno d'inquietudine.
Brunilde, atona, riprese la parola:"...Sappiamo almeno chi è questo dannato rutto dell'Inferno che si sta divertendo a farci impazzire?"
Samara chiuse gli occhi e la sua voce divenne un sussurro impastato e quasi impercettibile:"E' Morìa o Follia o in qualunque modo la vogliate chiamare... è sanguinaria e insensata come i bimbi che strappano le ali alle farfalle, il mondo è il suo terreno di gioco e non le spiacerà distruggerlo se questo potrà divertirla, è scaltra come lo sono i matti ed è animata dal loro stesso agire distorto, è-"
Riordan la interruppe:"Il concetto è chiario. Conosci il tuo nemico... non ricordo, chi l'ha detto?"
Isolde si strinse nelle spalle:"Non ne ho idea", lo stesso fecero Esfir e Lirit.
Brunilde invece l'ignorò e proseguì:"Passando dalla teoria alla pratica, cosa diavolo facciamo?! La affrontiamo? Chiediamo un colloquio col Divino Paranoico? Scendiamo in Cantina?
Non possiamo stare qui a risolvere i nostri crucci esistenziali ancora per molto!"
Gerald approvò la sua ironia con un lampo d'intesa negli occhi:"Giusto, Brunilde. Uno dei miei corpi andrà dai Barton sotto falsa identità, vorrei tentare di avere un colloquio con la sorella minore di Monica e con i genitori: le ultime azioni di Monica prima della morte potrebbero essere di vitale importanza."
Isolde l'interruppe e, per la seconda volta nella stessa mattina, scattò in piedi:"Io vado da Gwydion."
"Fly down, Jane Eyre," rise Brunilde:"Non penserai d'intrufolarti da sola nel covo della Vedova Nera."
"Dobbiamo parlargli, spiegargli chi siamo, portarlo qui prima che sia troppo tardi" Isolde parlava con aria risoluta, affastellando le parole l'una sulle altre:"Altrimenti sbaglieremo un'altra volta, e non avremo alcuna Sofia ad assolvere le nostre colpe."
Brunilde battè sarcastica le mani un paio di volte:"E' il primo discorso serio che ti sento fare da quando ti conosco" le fece, con un'ammirazione affettata.
Gerald si apprestò a cambiare discorso per evitare inutili controversie:"D'accordo, un altro dei miei corpi vi accompagnerà al MIT. Non scordatevi che il demone sa chi siete, dunque sarete esposti al pericolo di un attacco in un'area piena di innocenti che non hanno nulla a che fare con voi.
Massima discrezione e cautela, quindi. Prelevate Blinves senza allertare nessuno e, perdio, non fatevi scoprire."
Le ragazze annuirono in silenzio, la determinazione che brillava nello sguardo.
"Samara, te la senti di avvicinarti al luogo della tua premonizione? Potresti avere un altro crollo nervoso..." Gerald si volse poi verso di lei, attendendo una sua risposta. A un suo cenno affermativo e risoluto, Kaine cercò con lo sguardo Riordan Kingstone:"Infine Dan, tu..."
Il ragazzo alzò le mani in segno di resa con aria afflitta:"...Io ho i cessi, lo so, lo so" concluse, sconsolato.

 

 

Template invisibile

lunedì, 02 giugno 2008, 02:41
Scritto da LiritMarch
Categorie: avvisi
commenti (4)

Considerto che attualmente il nostro Template non si visualizza, ne ho selezionato uno "temporaneo", nella beata speranza di trovare un modo per uscire dalla situazione.
Ho comunque salvato il codice.

Lirit.

Logos

lunedì, 02 giugno 2008, 02:35
Scritto da LiritMarch
Categorie: chiarimenti, boston, sophia, poteri, premonizioni, post master, paladini, adonia
commenti

Boston, Appartamento Kaine.
Ora locale: 7: 20 AM.

La ragazzina fece schioccare la lingua e il viso assunse un'espressione compiaciuta: “Una colazione squisita; non vi risparmiate in questo senso” sentenziò con una punta di malizia nella voce sottile.
Lirit la osservava intensamente da quando s’era seduta al tavolo: c’era qualcosa di attraente ed oscuro nella sua presenza, persino i movimenti trasmettevano sia la calma di un essere profondamente saggio, che il tormento di un’anima inquieta.
“Chi sei?” domandò Riordan, spezzando il silenzio sepolcrale dei presenti.
Il cucchiaino, che la sconosciuta teneva fra le mani, trillò simile al batacchio di una campana nella tazzina ormai vuota.
“Volete un semplice, banale, vuoto nome?” ribatté serafica, inarcando un sopraciglio.
“Sofia” fu Samara a parlare, tacque turbata da quanto aveva appena detto, accorgendosi della curiosità generale, sentì l’impellenza d’aggiungere: “Sei Sofia, ti ho vista… Una volta, parecchio tempo fa…”
“Sofia è un suono come un altro, può andare bene” disse incurante lei e sorrise alla veggente: “Una Pitonessa, una Pizia; in epoche passate saresti stata esclusa dalla realtà e relegata in un mondo di incubi, ma non è che si stia poi così male: almeno nelle visioni il sangue è un rivolo di coscienza, non il filo della vita che si spegne”.
“Abbiamo acclarato che sai bene chi siamo” la interruppe Kaine, appoggiato al piano di lavoro della cucina: “Ora, dì qualcosa che non sappiamo”.
Sofia si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e sbuffò, ma il suo non era un fastidio reale, questo Lirit lo avvertì nitidamente e fu lo stesso per i compagni.
“Io so chi sei realmente, Gerald” la soavità della voce fanciullesca assunse contorni sinistri: “Io conosco i genitori di Samara… Di colei che chiamate Samara; c’ero quando fu partorita. Io ero al rogo della casa dei March, io sono stata accanto allo spirito di Monica. Nessuno di voi può lontanamente sospettare la vastità della mia conoscenza e se l’intravedeste per un istante, impazzireste”.
“Bene, un’informazione preziosa” replicò Dan, incrociò le braccia e fece un sospiro: “Hai fatto tanta strada attraverso lo spazio e il tempo per questo?
Siamo ammirati”.
Sofia mosse le dita della mancina, come a scacciare una mosca: “Riordan, già una volta la tua testardaggine ha danneggiato te e premiato altri, perché ripeti la solita manfrina?
Rischi di non mostrarti forte ma noioso. Suppongo che pulire i bagni, indisponga il più mite degli animi, figuriamoci il tuo” fece una pausa, scostò il piattino dei biscotti e si ricompose: “Vi informo, carissimi eletti, che non siete soli”.
Esfir dischiuse le labbra per parlare.
“Alcuni sono in zone differenti, con incarichi precisi” continuò, rispondendo alla domanda non formulata: “Le città, i continenti in cui si trovano sono uno sterminato elenco: Chicago, Londra in Inghilterra, Tokyo in Giappone, in un paese rurale cambogiano, nella città eterna… Roma, per gli ignoranti, in Australia, in Polinesia, decine si trovano in vari stati dell’ Africa e non vi sto a dire quanti sono stazionati in Asia fra l’Iraq e l’Iran, passando per Gerusalemme e Nazareth.
In piccoli gruppi o soli combattono la loro battaglia.
Ero sicura d’aver mandato le… Vibrazioni, diciamo o i consigli (se preferite) giusti, vedo che mi avete messa in un angolo per dare sfogo ai problemi di cuore e di pancia”.
Isolde si mosse e Sofia scosse appena la testa: “In primo luogo, Lirit ha visto la dolcissima Ashley trasfigurata” sollevò il pollice: “Una faccia divorata dalla morte e da una forza occulta, le sinapsi di qualcuno hanno elaborato una teoria, anche se allo stato larvale?”
“Sì, più di una!” ribatté risentita Lirit.
“Tranquilla, principessa, non puoi ancora invocare il reato di lesa maestà” la zittì Sofia.
“Pensiamo che la ragazza sia corrotta” disse Esfir.
“Era in decomposizione, ve lo siete spiegato?” puntualizzò la giovane.
“Morirà” sussurrò Brunilde.
“No, è già morta” Samara tossì, forse era una reazione nervosa: “Ashley è morta, non c’è nulla di lei qui. Il suo spirito ha lasciato il corpo. Era una ragazza dolcissima, ma adesso è… Qualcosa di orribile e crudele”.
“Un demone” dedusse la Hack, represse un brivido di orrore.
“Volete dire che un demone ha ucciso Ashley, poi si è impadronito del suo corpo?” chiese Isolde, ma conosceva la risposta.
“Perché?” domandò Riordan.
Sofia si strinse nelle spalle: non poteva dirlo e comunque il pensiero di Adonia era distante da lei.
“Ashley… Sta bene?” Lirit sentì l’urgenza di porre quella domanda apparentemente assurda, ma che la torturava.
“Sì” Sofia le sfiorò appena l’avambraccio: “Ashley e Monica sono andate via. Sono felici, sono in pace”.
“Quindi, se Ashley è un demone, i suoi amici cosa sono?” sospirò Esfir: “Gwydion è un ragazzo particolare, potrebbe essere un demone anche lui…”
“O uno di noi” fece di rimando Gerald.
Isolde avvertì il cuore accelerare il proprio battito, fissò un punto della parete in silenzio.
“Il demone deve sapere chi siamo, ne è la prova il malore di Samara” proseguì Riordan.
“Ci ucciderà se la ostacoleremo” proferì Samara: “Userà la pazzia, così come ha distrutto la psiche di Monica, costringendola a suicidarsi… Così eliminerà noi, uno alla volta se necessario e Blinves sarà il primo, ma per mano di un amico…”
“Robert, il ragazzo con cui Ashley si fa vedere!” esclamò Isolde, si alzò in piedi: “Gwyn è dalla nostra parte, lo è sempre stato, ma lui non sa chi siamo e noi ignoravamo chi fosse”.
Sofia scostò la sedia e sistemò il vestito azzurro: “Bene, noto che l’impegno non manca, confido nel risultato” concluse soddisfatta: “Vogliate scusarmi, ma ho tre fanciulle da seguire, un paio di signori da ispirare e devo convincere un giovane monaco tibetano a non bruciarsi in pubblico, considerato che i suoi tessuti si rigenerano.
Buona giornata”.
L’eco della sua voce si spense in una leggera brezza: Gerald non attese un minuto, batté le mani per richiamare i ragazzi.

Rain

giovedì, 01 maggio 2008, 04:19
Scritto da sianhouston
Categorie: londra, dolore, boston, poteri, paladini, albert roseburn, guinevere o connor, sian houston
commenti

Rain- Madonna
Chicago, attico di Albert Sean Roseburn.
Ora locale: 6.40 PM.


Albert osservò le nubi addensarsi intorno al sole, somigliavano alle grasse signore che era costretto ad incrociare alle cene di beneficenza; Guinevere s’era svegliata ma era rimasta in silenziosa attesa mentre riavviava con le dita alcuni boccoli rossi.
“Pioverà, l’ Autunno mi deprime” chiosò la donna, stringendosi nelle coperte: “Non è affatto vivace colorato, non ho mai veduto splendide foglie secche o secolari querce tinteggiate di oro e porpora: solo l’opaca ombra di un Inverno freddo e spruzzato di neve”.
“Siamo a Chicago, mia cara” ribatté l’uomo, troppo assonnato per essere sagace: “Sarebbe un miracolo trovare un taxi alle otto del mattino, perché ti tormenti sulla tristezza del nostro Autunno?
La Primavera è forse una rutilante danza di Madre Natura?”
Guinevere non rispose, la sentì respirare profondamente e quando si voltò aveva chiuso gli occhi.
“Rimani a letto?” domandò Albert e prese il proprio orologio.
“Sì, per un’altra ora e dovresti farlo anche tu” disse la donna, soffocando graziosamente uno sbadiglio.
“Non è una proposta lasciva…” Albert si chinò sul letto e sorrise alla compagna.
“Fra due ore potrebbe esserlo” ribatté Guin.
“Mia cara, fra due sarò fra i giurati e Vostro Onore non gradirebbe manifestazioni d’affetto tanto passionali!” la baciò sulle labbra e poi si scostò da lei.
“Pioverà, prendi un soprabito adatto” concluse la O’ Connor.
Albert sospirò: era sempre dannatamente pratica, specie quando non desiderava ricevere quel genere di consigli.

Londra, appartamento di Jasper Houston.
Ora locale: 00.40.


SleepingGocce dal cielo, le scorgeva rigare il vetro della propria stanza, filtravano spifferi gelidi e Sian si alzò, a piedi scalzi per cercare una coperta nel suo armadio: era una stagione ingrata, ma non la indispettiva quanto l’Estate, perché sebbene il caldo fosse insopportabile doveva infilare i guanti per non sfiorare oggetti di carta.
Un lampo, forse un temporale fuori Londra, una saetta blu che attraversò la sua visuale e tagliò in due l’aria e poi giunge il tuono, lontano ma potente quanto il grido di un dio arrabbiato.
Chiuse le tende, mentre un’altra saetta di congiungeva con l’elettricità statica fra le nuvole, non amava le luci che disturbavano il suo fragile sonno.
Aprì l’armadio, era al buio scorgeva a malapena la figura di Evey sul tappeto e la lampada spenta sul comodino: rovistò fra abiti e biancheria, maledisse il disordine.
Infine, lo sfiorò: un sottile foglio di carta. Un oggetto talmente leggero da sembrare bidimensionale, ma le lettere scritte parvero innalzarsi simili a serpenti e morderla per poi insinuarsi nelle suo corpo, nella sua mente che tentava di contrarsi in spasmi dolorosi.
Sian cadde a terra, sentì la nuca sbattere contro il pavimento e non reagì; immobile ed incapace di scuotersi.
Non c’erano dubbi, ora aveva la certezza di non essere pazza o paranoica, la sofferenza fisica passò in secondo piano nel preciso istante in cui realizzò che lei era a conoscenza di un piano folle e sanguinario.
Le lacrime scesero copiose lungo le guance e bagnarono la bocca dischiusa; il respiro era veloce eppure non trovava il coraggio di muoversi, di alzarsi e di urlare che adesso capiva, che sapeva cosa sarebbe successo e perché e persino ad opera di chi!
Priva di forze davanti ad un simile orrore, girò su se stessa e raggiunse la lampada.
La luce feriva i suoi occhi, ma era indispensabile comunicare a qualcuno che aveva la verità, che avrebbe fermato la catastrofe.
La sua mano ricadde al suolo e lei abbassò la testa: era senza difese e senza un piano.
Aveva la conoscenza e non aveva modo di usarla.

Ultime Dal Cielo...

martedì, 29 aprile 2008, 19:23
Scritto da BlackIrish
Categorie: londra, sospetti, piani, morrigan broderick
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Londra, appartamento di Morrigan Broderick
Camden Town - Ora locale: 18.40

A dire la verità lei aveva preso in considerazione una carriera da modella, specie quando la scuola le era sembrata un inferno da cui uscire il prima possibile.
Madre Natura era stata così generosa da darle dei bei lineamenti, quindi perché non sfruttarli? Ma non aveva mai preso seriamente la decisione d’intraprendere quella strada. Era stata pressapochista nello scegliere gli abiti ed il trucco con cui andare ai casting, svogliata nello sfilare davanti alle persone che avrebbero dovuto assumerla, distratta tanto di dimenticarsi spesso di avere degli appuntamenti a cui partecipare.
I primi tempi aveva provato per noia e poi per disperazione, convinta che non sarebbe stata capace di fare altro nella vita. E poi era arrivato lui.
Un ragazzo che l’aveva stregata con il suo sorriso ed ammaliata con il suo carisma, tanto che s’era iscritta al club di teatro solo per stargli vicino. Tra loro non era mai successo nulla, però, perché era innamoratissimo della sua ragazza e Morrigan non se l’era sentita di scatenare ulteriori malumori nei suoi confronti dando voce ai suoi sentimenti e passando per quella che prova a “rubare” il ragazzo alle altre, per di più quando non aveva nessuna possibilità. S’era accontentata di ammirarlo da lontano, di essere la sua innamorata almeno sotto le luci del palcoscenico.
Poi era uscito dalla sua vita, ma la passione per la recitazione l’era rimasta. Così ora era troppo “vecchia” per un lavoro nel campo della moda… Seppur la lusingassero le parole di Jillian, avevano un retrogusto amaro. Le davano la sensazione di aver sprecato più dieci anni della sua vita, anni che non sarebbero mai più tornati indietro. Ma piangere sul latte versato non glieli avrebbe ridati.
Non poteva fare la modella? No problem. C’era sempre il mondo della pubblicità: le porte erano ancora spalancate per un altro paio d’anni, almeno finché avesse avuto la bellezza dalla sua.
Be’, in questo momento c’erano altre questioni più immediate a cui pensare. Riuscire a fare una doccia ed avere i capelli asciutti in tempo record, in modo da arrivare in orario per la cena con la fotografa.
Si precipitò quindi a prepararsi senza ulteriori riflessioni che la distraessero, cercando di essere il più veloce possibile. L’acqua calda, però, aveva messo seriamente a rischio le sue buone intenzioni. Improvvisamente era diventata ghiacciata, costringendola ad aspettare che si riattivasse il boiler.
Era uscita dal bagno correndo, rischiando di rompersi l’osso del collo.

Pensava che la rapida scelta dell’abbigliamento le avesse fatto recuperare quel ritardo ma in realtà non sapeva che ore fossero.

L’orologio dov’era? Guardandosi in giro non lo vedeva e non era al suo solito posto. Di solito stava nella borsa, visto che non sopportava di portare neanche un braccialetto al polso. Eppure, tastandola fino al fondo non l’aveva trovato.
Meglio che la svuotasse e ci guardasse meglio dentro, perché non poteva essere scomparso. La prese e la rovesciò, facendone cadere il contenuto sul letto.

Mise da parte le cose più voluminose, come il book ed il portafoglio ed incominciò a frugare tra il resto della roba. Caramelle, matite, trucchi, diversi stick di profumo, chiavi, volantini, il solito messaggio sul cinque novembre, una pagina di giornale… Una pagina di giornale?
Per quale motivo era lì? Lei non ce l’aveva messa: se lo sarebbe ricordato se l’avesse fatto. Poteva capitare che, non trovando un cestino, conservasse un interno giornale. Una pagina, però, la teneva solo se c’era qualche articolo che l’aveva particolarmente colpita.
Incuriosita la spiegò, leggendone il contenuto. Dal titolo avrebbe detto che si trattava di uno scherzo di cattivo gusto, ma le coincidenze erano troppe per non crederci almeno un pochino.

Insomma: da settimane le arrivavano Post It e manifesti su un attentato a Londra ed ora addirittura arrivava un quotidiano dal futuro?
Le sembrava di essere in un episodio di “Early Edition”, con la differenza che quello che doveva evitare non era un incidente ma una vera e propria strage ed il suo potere non si poteva nemmeno definire difensivo. Al massimo avrebbe potuto aiutare le vittime dopo l’esplosione, guarendo le loro ferite.
Rilesse l’articolo diverse volte, cercando qualche segnale che smascherasse la burla ma non ne trovò alcuno.
Il che apriva un’altra questione, cioè chi le avesse lasciato quell’articolo. Finora i messaggi erano sempre comparsi quando lei non era in casa. Avrebbe dovuto spaventarla l’idea che qualcuno ci s’intrufolasse, disgustarla come quando aveva subito un furto e tutto quando le era sembrato sporcato dalle mani dei criminali, sentire la sua privacy violata.
Invece la metteva molto più in subbuglio il fatto che qualcuno si fosse avvicinato alla sua borsa senza che se ne accorgesse, dal momento che la teneva sempre accanto a sé.

Voleva dire che si era trovato anche accanto a lei. Poteva essere chiunque, ma aveva come la sensazione che potesse trattarsi solo di una persona.
Ma lei come l’aveva ottenuta? E come avrebbe potuto tirare in ballo la cosa?
Sarebbe sembrata una pazza se ne fosse uscita con un “Ehi, Jillian non è che m’hai lasciato tu questo articolo?”
Era pur sempre vero che se non aveva niente a che fare con questa storia, poco importava che l’avesse presa per folle perché non si sarebbero mai più rivisti.
Tanto valeva interrogarla.
Con questo proposito si chiuse alle spalle la porta di casa, diretta al ristorante.

What?

mercoledì, 16 aprile 2008, 18:29
Scritto da LiritMarch
Categorie: misteri, boston, sorprese, sophia, gerald kaine, lirit march, isolde bliss, paladini
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Boston, Appartamento Kaine.
Ora locale: 6:40 AM.


Gerald era sveglio, aveva dormito per una manciata di ore e considerata la tensione nervosa era più che sufficiente; fra i raggi di luce autunnale che filtravano dalle pesanti tende poteva scorgere frammenti del proprio passato: la mattina in cui incrociò una splendida ragazza dai capelli scuri ed il sorriso contagioso, la sera in cui era partito con lei per il viaggio di nozze ed il pomeriggio, irradiato da un sole rosso quanto il sangue, in cui era diventato vedovo.
Riordan riposava a pancia in giù, il viso seminascosto dal guanciale che stringeva fra le braccia, scalciava via le coperte per poi rimetterle frettolosamente, ma a parte questo non emetteva alcun rumore.
La calma apparente sul barato della fine era piacevole quanto una tazza di caffè dopo un turno di lavoro, perciò ne assaporò ogni istante e con la mente poté quasi sentire il lieve respiro di sua moglie ed il calore che avvertiva alla sua destra, quando era coricato.
Isolde infranse la pace della casa bussando concitatamente alle porte: era agitata e per un attimo Gerald fu tentato di utilizzare il proprio potere, ma si ricompose e si alzò per afferrare degli abiti.
“Dolcezza, se la c’è un incendio hai sbagliato porta” commentò soffocando uno sbadiglio Riordan, gettò il copriletto sul pavimento e si stiracchiò.
Lirit protestò ed Esfir la imitò con parole russe ringhiate mentre Samara domandava dove fossero le sue scarpe.
Occorsero cinque minuti ad Isolde per radunare i Paladini alla presenza della piccola ed aggraziata Sofia.
“Gerald, sei il mio preferito dì ai ragazzi che adoro il tè verde” chiosò con un sorriso smagliante.
Lirit si passò una mano sugli occhi e sospirò afflitta: “Ma cosa diavolo succede qui?” chiese esasperata.

G'morning, princess

mercoledì, 09 aprile 2008, 21:29
Scritto da IsoldeBliss
Categorie: immagini, malinconia, incontri, stanchezza, inizi, dubbi, boston, sophia, isolde bliss, paladini
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Henrietta - The Fratellis

 

Boston, Appartamento Kaine.
Ora locale: 6.30 AM


Isolde, sigaretta fra le labbra, osservò vacua la solitaria stradina che si apriva silenziosa sotto la finestra della camera -possibile che quella fosse Boston? Le ricordava uno di quei sobborghi dove i vicini di casa si sgozzavano fra loro piuttosto che la metropoli più chic della West Coast.
Aspirò una boccata di fumo, sporse il busto oltre il davanzale e l'olezzo pungente di pioggia e di asfalto bagnato la investì in pieno, come trattenuto dal fondo oscuro della città stessa e rilasciato proprio in quel momento.
Sì, brava Bliss. Adesso medita sulla poetica decadenza intrinseca delle grandi città, su come essa si addica al tuo animo tormentato e poi puoi anche buttarti di sotto, pensò cupa.
Finì la sigaretta in silenzio. Dicevano che distendeva i nervi ma, dannazione, con lei non aveva mai funzionato così, anzi, semmai peggiorava il suo umore già pessimo. Che poi onestamente non c'erano motivi plausibili per deprimersi, aveva sopportato cose peggiori del funerale di una semisconosciuta suicida, di una convivenza forzata con un gruppo estranei scazzati e della minaccia di un'imminente Catastrofe di portata mondiale.
E per di più non era neppure riuscita a parlare con Alice, o con Lance.
Ma andiamo, Bliss, obbiettivamente: c'è di peggio.
'Fanculo, Bliss.
Isolde sorrise angelica al suo riflesso, poi richiuse in silenzio la finestra.
Lirit dormiva ancora, e in fin dei conti era ancora presto per interrompere i suoi idilliaci sogni -dovevano senz'altro essere tali, almeno a giudicare dal sorriso estatico che le incorniciava il viso.
Agguantò il telefono cellulare, buttato con noncuranza sul comodino, e scrisse un messaggio per Gwydion. Le notti di chi vegliava erano molto lunghe, per qualche tempo si allungavano anche sulle ore del giorno. Non l'avrebbe svegliato, ne era certa.
Strinse gli occhi. Preferiva con tutta se stessa dormire, placida e sognante come Lirit, piuttosto che svegliarsi la mattina presto e pensare e ricordare e...
"G'morning, princess."
Soffocò nel dorso della mano una lacrima che le corse beffarda sullo zigomo sinistro, poi si stropicciò il viso e decise che il mito delle dannate sigarette era solo una grande, colossale fregatura. Si infilò una tuta, di certo più comoda e calda dell'enorme t-shirt che usava come pigiama, e decise che il miglior modo per distrarsi era rendersi utile, in accordo con un precetto altruistico alla Madre Teresa di Calcutta che non le si addiceva, ma che comunque, ça va sans dire, era l'unico rimedio che conosceva per non rovinarsi la giornata.
E poi ricordava ancora come mettere in piedi una vera colazione britannica d.o.c, con tanto di crumpets* e hot cross buns**. I pancakes però erano tassativamente aboliti, troppo inflazionati.
A tentoni si avviò verso la cucina dell'appartamento, attenta a non inciampare nei propri piedi o, cosa molto più probabile, nella mobilia che il signor Kaine aveva gentilmente messo loro a disposizione. Non ricordava se qualcuno dei ragazzi fosse allergico a qualcosa, sperò vivamente di non scoprirlo quella mattina.
Ricapitolò: alla spesa ci aveva pensato Brunilde il giorno prima, quindi, con un po' di fortuna, poteva sperare di trovare in frigorifero la giusta quantità di burro, semi di girasole, latte e zucchero. Questo per i crumpets. Per i buns invece sarebbero servite anche l'uva sultanina e la cannella, e tanti saluti se mancavano ancora mesi e mesi a Pasqua.
In fin dei conti tutti loro avevano bisogno di distrarsi pensando a stupidaggini; Isolde s'illuminò d'improvviso: avrebbe chiesto al signor Kaine se, almeno per quel giorno, avrebbero potuto evitare la scampagnata al MIT per dedicarsi alle indagini in città.
Appeso in cucina c'era un grosso calendario, coi mesi abbelliti da foto d'epoca di Boston: la ragazza s'avvicinò, lo squadrò per una manciata di secondi, poi prese il pennarello blu attaccato con una cordicella al chiodo e, con un tratto preciso, sbarrò il numero 2.
Meno tredici giorni alla Fine del Mondo.

La cucina immersa nella fioca luce mattutina era triste e fredda, come se si trattasse della stanza d'un motel d'infima categoria, almeno a giudicare dai piatti sporchi abbandonati nell'acquaio e dal tavolo spoglio, su cui sedeva con le gambe penzoloni nel vuoto una bimbetta di undici o dodici anni dallo sguardo intelligente.
Isolde, da principio, non vi badò.
Si appoggiò all'anta del frigorifero e cominciò a rovistare alla ricerca degli ingredienti per la colazione.
Poi si ricordò della bambina seduta sul loro tavolino, che doveva osservare la sua schiena senz'altro con divertimento. Una bambina che non aveva mai visto e che di certo non era la cugina, sorella o tantomeno figlia di nessuno di loro. Che non poteva avere un logico motivo per trovarsi nella casa di un misantropo come Kaine alle sei e trenta del mattino. Che...
Come diavolo era entrata?!
"Goodmorning, Princess!" La ragazzina si illuminò in una risata giocosa. Era davanti a lei, le porgeva la tovaglia a fiori bianchi e rossi che Isolde aveva pensato di stendere sul tavolo.
...Eh?
"Accadrebbero cose molto spiacevoli se tu mi facessi esplodere" l'avvertì la piccola, il capino appena inclinato e i boccoli biondo miele sparsi su una spalla. Ignorando lo stupore di Isolde, lanciò la grande tovaglia sul tavolo e si accinse ad apparecchiare, con la postura e la grazia di una signorina di buona famiglia.
"Cosa diavolo sei tu??? Come sei entrata qui??? Cosa vuoi da noi???"
La bimba incrociò le braccia; osservò Isolde in silenzio, come se non capisse le sue domande. Inarcò un sopracciglio e scosse piano il capo.
"Non è cortese subissare di domande un ospite, che per di più si presenta all'ora di colazione."
"Kaine non aveva detto che c'erano i fantasmi, qui" sbuffò Isolde, come parlando a se stessa.
E immediatamente si pentì d'aver nominato gli spettri perchè, con sorprendente puntualità, le tornò alla mente uno scenario da film dell'orrore.
Le adorabili gemelline di Shining, per la precisione.
Alla seconda risata della bambina, Isolde rabbrividì.
"Ma io non sono un fantasma."
"Cosa cazzo sei??! E co...come fai a sepere che io..."
"Posso essere scurrile quanto te e farmi beffe del tuo potere, ma non voglio: ti sto aiutando ad apparecchiare per la colazione."
Fece notare appena più indispettita, disponendo il numero esatto di tazze.
Isolde, suo malgrado, ammutolì.
La ragazzina forse ebbe pietà di lei, perchè si lasciò andare a un sorriso gentile, ancorchè vagamente divertito:"Il mio nome è Sophia e, credimi, non sono vostra nemica, Isolde Neve Bliss.
So chi siete, so cosa cercate, so cosa accadrà tra tredici giorni.
Non mi è permesso esservi d'aiuto, ma mi è permesso facilitarvi le cose.
Posso essere la vostra informatrice, forse. Più o meno, in un senso lato del termine.
Tutto dipende da quanto sarà buona la colazione che mi offrirete" Il sorriso di Sophia non s'attenuò per un solo istante.
"Adesso vorresti svegliare i tuoi compagni, per favore?"
Isolde rimase immobile il tempo necessario a convincersi di essersi già svegliata, quella mattina.
Poi si scaraventò in corridoio senza aggiungere un'altra parola.

 

 

*crumpets: tipico dolcetto usato nelle colazioni britanniche a base di farina e semi di girasole. Si condisce con tanto, tanto burro.
**hot cross buns: piccoli panini dolci a base di uvetta e cannella che vengono tradizionalmente cucinati per Pasqua.

The stranger

lunedì, 18 febbraio 2008, 05:56
Scritto da EsfirNomova
Categorie: famiglia, dolore, pericolo, morte, sophia
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{Appartamento dei Barton. Boston.
Ora locale: 20:10}

Hope Laure Barton era stata costretta ad indossare un abito di velluto scuro, così stretto e pesante da impedirle di muoversi con scioltezza. Era un altro tormento in quella giornata che non avrebbe mai dimenticato.
Gli ospiti si erano congedati con inutili parole di cordoglio, alcuni l’avevano abbracciata quasi potessero capire il groviglio di sensazioni e sentimenti di cui era prigioniera.
Raggiunse il piano superiore, sciolse i capelli biondi dalla morsa del fermaglio dagli aguzzi denti di metallo, le scarpe di vernice nera erano rigide e scomode. Ogni muscolo le doleva eppure non c’era pace in lei e non l’ avrebbe trovata in un letto sfatto dalle lenzuola rosa.
Erano rimasti gli zii ad occuparsi di sua madre, mentre suo padre farfugliava astruse tesi sulla morte di Monica.
Hope capì d’essere sola, seppe che lo sarebbe stata per sempre perché una parte di lei era finita nel parco del MIT, perché la sua innocenza era stata infranta da una telefonata nel cuore della notte. Non sarebbe stata la stessa ragazzina, qualcosa s’era spezzato, la sua sofferenza non sarebbe svanita, sarebbe rimasta lì, nella sua anima a ricordarle la precarietà della vita.
La balaustra era di legno massiccio accuratamente lucidato dalla signora Barton; Hope strinse le dita sul corrimano e fissò il vestibolo colmo di mazzi di fiori ed ebbe paura. Un’inspiegabile terrore di sfracellarsi al suolo.
“Sta arrivando la notte, prepareranno una cena leggera e ti consiglieranno di riposare, come se potessi farlo. Quando sarai lontana da questa farsa potrai piangere”.
Hope sussultò ed il timore divenne stupore non per ciò che le era stato detto, ma per la voce che l’ aveva pronunciato: una sua coetanea dal timbro vocale sottile e petulante.
Si voltò e la vide: era appoggiata al muro del corridoio, i capelli le sfioravano le spalle ed il vestito azzurro era troppo leggero per la stagione. Era simile ad una comune ragazzina ed immensamente diversa: il suo sguardo era enigmatico ma limpido e saggio.
Hope la fissò e non ponderò la reazione, alla fine, ipnotizzata dagli occhi dell’intrusa domandò: “Cosa sei?”
La fronteggiò non capacitandosi della propria freddezza.
Non le chiese chi fosse, cosa l’avesse portata al piano superiore; le parve naturale rivolgerle la parola in quel modo, perché inconsciamente e contro il buon senso, lei percepiva di non essere in presenza di un umano.
“Una domanda interessante, potrei impiegare dei secoli per risponderti” rispose tranquilla ed a suo agio l’altra: “Azzarderei che sono una parte di te e degli Uomini Adesso, Hope non ha importanza. Non tormentarti per cercare il mio nome o la mia essenza, tanti hanno provato a farlo e sono impazziti”.
“Non sei Dio” sentenziò Hope, incrociò le braccia sul petto.
“No, lungi da me paragonarmi al Supremo Architetto” ribatté la bambina.
“Non sei un angelo” proseguì.
“Esatto”.
“Cosa vuoi?” si risolse a chiedere infine, confusa.
Vi fu un lungo minuto di silenzio, erano entrambe ferme, come a fronteggiarsi; Hope non s’era mai sentita tanto brillante e lucida a livello mentale, fu travolta da mille progetti che la stordirono.
“Ascolta, Monica ti vuole bene” disse d’un tratto lo strano essere: “Era la tua confidente, lei desiderava guidarti e starti vicino. Quante e-mails hai ricevuto da lei?”
Hope deglutì a stento, una stilettata al cuore sarebbe stato meno dolorosa: “Una per ogni giorno” sussurrò.
“Hai una casella di posta e non l’hai controlla, giustamente e io ti consiglio di farlo: avrai una lettera e dovrai inviarla a Gwydion Blinves, lui capirà” spiegò con calma la ragazzina: “Non inoltrata ad Ashley, né ad altri, solo a Gwydion Blinves, è nella rubrica impostata da Monica.
Io ti darò la passoword per avere accesso ai dati”.
Hope annuì e comprese a cosa la creatura si riferisse: “Lo farò” sentenziò seria.
“Stai molto attenta, perché potresti essere vista da… Gente crudele” la mise in guardia l’altra: “Fai quanto ti ho detto e se puoi stampa la lettera con la data d’invio. Sarà utile, ma non esporti troppoe” il tono era grave, quasi preoccupato.
“Credi voglia lasciare soli i miei genitori?” la sfidò Hope, con un’espressione dura sul viso paffuto.
La sconosciuta scosse il capo e sorrise, senza vivacità o gioia ma visibilmente compiaciuta.
“Hope, tesoro, ti ho preparato un po’ di brodo” la chiamò la zia dal pian terreno.
“La password” ordinò sottovoce Hope.
Hope”.
La Barton sentì l’aria mancarle, boccheggiò e poi scoppiò in lacrime. Quando la zia la raggiunse, dell’intrusa non v’era traccia.

Fiducia

domenica, 27 gennaio 2008, 04:37
Scritto da sianhouston
Categorie: sfoghi, londra, segreti, sospetti, jaser bashir, sian houston
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Londra, ora locale: 18,45.
Pub, non distante dal King's Collage.

“Mi spiace, non avrei dovuto disturbarti” Sian cercò di rendere la propria voce ferma e serena, ma dalle sue labbra uscì un suono flebile e tremante, che si perse nel cicaleccio vivace del pub.
Jaser scrollò le spalle, le mani erano congiunte sulla tovaglia plastificata, la tazza di tè era ormai vuota eppure non aveva ordinato altro, ne aveva intenzione di farlo. Pensò a quanto aveva ascoltato e raccontato.
Era impossibile esprimere un giudizio, dare un senso a ciò che provava.
“Perché l’hai fatto, allora?” la domanda suonò brutale, Bashir cercò di addolcirla con un sorriso imbarazzato, ma Sian non reagì come avrebbe immaginato: fece spallucce.
Sospirò, mentre il cane osservava pigramente gli avventori e poi rispose: “Ero sconvolta, eri l’alternativa al telefono amico” non abbassò lo sguardo, restò imperturbabile, malgrado le rivelazioni snocciolate come eventi naturali.
“Volevi sfogarti, del mio consiglio non sai che fartene, giusto?” per un attimo volle scusarsi per quei modi aggressivi, eppure era stata Sian a trascinarlo dentro quel tunnel che ardeva delle macerie del Big Ben.
La ragazza gli parve esausta, fece un altro respiro prima di replicare: “Sarei così sciocca da confidarmi con qualcuno di cui non mi importa la reazione?”
Jaser tacque, non per pentimento o pudore: era lei a doverlo dire, perché aveva stravolto le sue certezze e senza preavviso.
Sian non aggiunse nulla.
“Dovresti agire con prudenza, non lasciarti sfuggire allusioni anche vaghe” spiegò con franchezza: “Mi pare che sia tua la possibilità di mutare gli eventi, fallo ma senza sbandierarlo ai quattro venti”.
“Se ne parlassi sarei considerata una pazza, una terrorista: il silenzio è mio alleato” ribatté cupa Sian.
Un uomo, palesemente ubriaco, chiamò una delle cameriere con voce stentorea e batté il bicchiere sul tavolo, proprio alle spalle di Bashir.
Sian sussultò, Jaser non riuscì a trattenere una smorfia contrariata; estrasse il portafogli per saldare il conto: “In pubblico, discutine il meno possibile” aggiunse poi: “Avrai un alloggio entro la settimana”.
“Ho incontrato una ragazza, vorrei farle capire… Non c’è un vero motivo: è una sorta di sesto senso” soggiunse a bassa voce.
“In tal caso, lei potrebbe essere come te” osservò atono lui.
“Mi credi?” sussurrò incerta la giovane donna.
Jaser non era preparato ad affrontare il quesito: Sian Guinevere Houston poteva soffrire di una malattia mentale, essere una visionaria pericolosa per se stessa e per gli altri; l’ipotesi non poteva, né doveva essere scartata, ma c’era un’opzione più inquietante.
Sian Guinevere Houston l’aveva messo a parte di una realtà misteriosa e crudele, una sorta di universo parallelo, ove il tempo e lo spazio erano fili intrecciati fra loro e la trama da essi formata era visibile da differenti angolazioni.
“Se dicessi di sì o di no, ti mentirei” disse, mentre riponeva alcune monete: “Ti aiuterò, ma non sono sicuro… Non più”.
La vide prendere la propria giacca ed infilarla alla svelta, con un gesto spazientito: “Se non credi, come puoi aiutarmi?” lo provocò, per un attimo parve una bambina capricciosa.
“Ho dei dubbi sulla vicenda, non su di te” ribatté serafico Bashir.

Tempo di agire

domenica, 06 gennaio 2008, 16:58
Scritto da JillianMcKanzie
Categorie: progetti, lavoro, londra, incontri, stanchezza, inizi, segreti, dubbi, chiarimenti, sospetti, poteri, avvertimenti, piani, premonizioni, paladini, jillian mckanzie, morrigan broderick
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Londra, ora locale 18.45
London Bridge

Jillian sbattè le palpebre, incredula.
Sotto i suoi occhi, un bambino di si e no quattro anni stava piangendo disperato, abbracciato a quello che sembrava un corpo quasi completamente carbonizzato. Un rigagnolo di sangue scuro gli attraversava la fraccia, tagliandola a metà. In lontananza la sirena di un'ambulanza ululava impazzita, accompagnando il pianto del bimbo.
La fotografa indietreggiò, inconsapevolmente, urtando qualcuno alle sue spalle.
"Mi scusi" biascicò, voltandosi di scatto. Un suo coetaneo la guardò diffidente, prima di stringersi addosso i resti di una felpa a righe e allontanarsi, borbottando qualcosa tra se e se. Cosa diavolo sta succedendo? Si schiese, inquieta, guardandosi attorno mentre una spiacevole sensazione le attorcigliava le viscere e le riempiva l'animo di terrore. Aveva solo preso un libro in mano, in fondo. Nemmeno trenta secondi prima stava per scaricare le foto del servizio con Morrigan, nel caldo e confortevole studio fotografico allestito in fretta e furia nel salotto di casa sua, e ora si ritrovava a fissare uno scenario che definire apocalittico era poco. Laddove ci sarebbe dovuta essere la cima affilata del Big Beng, una colonna di fumo si levava minacciosa verso nuvoloni cupi, carichi di rabbia e pioggia. Senza riuscire a staccare gli occhi dalla terribile visione, avanzò di qualche passo, obbligandosi a raggiungere il ponte: posò le mani sulla pietra, senza quasi sentirne la consistenza granulosa e fredda. Boccheggiò, quando ad un netto rumore di vetri infranti si accompagnò l'urlo acuto di una donna e il rude bestemmiare di un uomo. Abbassò lo sguardo, senza capire, e si chinò notando un vecchio foglio di giornale accartocciato sull'asfalto. Si chinò, dispiegandolo alla meno peggio.
*Big Bang Boom -la miseriosa esplosione getta Londra nel panico* lesse Jillian, sentendo il sangue defluire dal suo volto ad ogni parola *Ancora nessuna ipotesi sul perché... nessuna traccia del misterioso terrorista... le autorità brancolano nel buio... sale il numero dei feriti e delle persone scomparse...*
"Si, ma quando?" sbottò, rialzandosi in piedi tenendo il foglio delicatamente tra le dita.
"Il cinque novembre" rispose una voce bianca accanto a lei. Una bambina, dai grandi occhi neri e folti riccioli rossi la guardò, con aria grave. Jillian ricambiò lo sguardo, perplessa. Aveva come la sensazione di averla già incontrata, da qualche parte, ma non riusciva a ricordare dove. Poi, d'un tratto, realizzò.
"Non è possibile, il cinque novembre è tra.."
La piccola la interruppe, scuotendo il capo. I riccioli rossi danzarono attorno al volto pallido, ricadendole poi morbidi sulle spalle.
"Jillian, possibile che tu non abbia ancora capito?" la rimproverò, facendola arrossire. La fotografa distolse lo sguardo. Certo, che aveva capito. In un modo o nell'altro, come aveva preso in mano quel libro per spostarlo, si era ritrovata nel futuro. In un futuro che definire catastrofico era poco, sottolineò guardando le colonna nera che si stagliava netta contro il cielo. L'antifurto di una macchina si attivò, fischiando ripetutamente. Solo che ancora non capiva come, fosse finita lì. Non l'aveva desiderato, non l'aveva nemmeno pensato. Non era possibile che fosse successo per caso, a meno che.. ritornò a guarda la bambina, con una punta di sospetto e sorpresa.
"Vedi, Jillian, era necessario che almeno una di voi sapesse" sospirò questa, i grandi occhi neri imperscrutabili fissi su un punto non ben definito della città davanti a loro.
"Una di noi?"
La bambina annuì di nuovo.
"E perché?" chiese la McKanzie, sentendosi incredibilmente stupida nel chiedere una cosa che -forse- avrebbe dovuto esser ovvia.
"Perché siete le uniche che posso evitare che tutto questo succeda. Il destino è una catena composta da tanti anelli, se se ne spezza uno, l'intero sistema si frantuma. E' una reazione a catena, alla cui fine c'è il chaos puro, contro cui nessuno può nulla." s'interruppe, inspirando a fondo "Salvate il Big Beng, salvate il mondo"
"Ma come farò a..."
"La risposta" sorrise la bimba "E' nelle tue mani"
Non ebbe tempo di replicare: i colori e i suoni si attutirono attorno a lei, mescolandosi in una calda e confortevole sensazione. Sapeva che stava viaggiando nel tempo, ma non era lei a piegarlo questa volta. Era una passeggera, qualcuno la stava spostando. Ed era veramente piacevole. Chiuse gli occhi, abbandonadosi a quel turbinio soffuso.

Londra, ora locale 18.53
Appartamento di Jillian McKanzie

Quando riaprì gli occhi, l'aria calda e secca dello studio fotografico la colpì in piena faccia, iniziando a lavorare per scacciare dalle ossa l'umidità rimastale addosso dopo il breve viaggio nel futuro. Tra le mani, aveva ancora il foglio di giornale trovato nel bel mezzo dell'apocalittico destino che sembrava esser pronto a piombare su tutti loro da un momento all'altro.
"Jillian?"
Sobbalzò appena, quando Morrigan la chiamò, e si affrettò a nascondere la pagina nella copertina del libro di Sian. Nel farlo, lo sguardo le cadde distrattamente sulla mano, la stessa che era sicura si fosse tagliata con le pagine del volume. Eppure, sulla pelle candida, non c'era segno di graffi, tagli o cicatrici di alcun genere. Ricordava il dolore provato, un dolore che conosceva, a cui era abituata. Era sicura non esserlo immaginato. Eppure non vi era nulla a dimostrarlo, e non vi era nemmeno nulla che potesse giustificarne la scomparsa. Fece segno alla modella di pazientare un attimo e si voltò di nuovo, collegando la Nikon ad un pc portatile e lasciando che questi scaricasse i file. Tornò a guardare il libro, mentre il computer ronzava docile accanto a lei. La risposta è nelle tue mani. Fu un flash. Brevissimo, indubbiamente, ma sufficente a schiarirle un po' le idee. Sian? Morrigan? Aveva spostato il libro, prima di trovarsi catapultata nel futuro. E Morrigan.. beh, era stata lei a toccarle la mano prima che il taglio svanisse nel nulla. E non se lo era immaginato. Che, in un qualche modo, fossero proprio loro due le ragazze che doveva trovare? Storse il naso, era tutto troppo facile, troppo semplice.
Ma doveva ammettere che c'era una logica ferrea. Il libro lo aveva in mano, e il libro era di Sian. Il taglio era sulla sua mano, e il taglio lo aveva fatto sparire Morrigan, ammesso avesse deciso di dar credito alla folle ipotesi che quella dietro di lei non era un normale essere umano ma qualcosa di vagamente simile a una guaritrice. Inspirò a fondo, dandosi della sciocca. Stava impazzendo, ecco tutto. Stava dando di matto. Però c'era una cosa, che poteva fare. Poteva lanciare una piccola esca: non aveva un chissà che grande lagame con Morrigan, tanto valeva fare un tentativo. Recuperò la pagina di giornale e, dopo averla piegata in quattro, la infilò nella borsa della modella. Se era davvero chi credeva lei fosse, avrebbe capito. Altrimenti, avrebbe pensato ad uno scherzo di cattivo gusto e non l'avrebbe più rivista. Si, era la cosa migliore da fare. Inspirò a fondo di nuovo, voltandosi a chiamarla.
"Ecco fatto! Entro domani le porto a stampare e poi te ne lascio qualcuna, per il tuo book. Dovresti pensare seriamente a questa carriera, sai? Sei molto fotogenica!"
Morrigan arricciò il naso.
"Al momento sono solo molto affamata!" sorrise "Che ne dici di andare a mangiare qualcosa?"
La McKanzie annuì.
"Volentieri, ma ho bisogno di un'oretta almeno per sistemare un paio di cose, se non ti spiace"
"Nessun dispiacere" rise la mora "Farei volentieri un salto a casa"
Dopo aver concordato di incontrarsi alle otto in un grazioso ristorante giapponese noto ad entrambe, le due si salutarono: Morrigan corse via, verso la stazione della metropolitana più vicina, Jillian verso il bagno. Aveva il disperato bisogno di immergersi nell'acqua calda per lavare via la stanchezza che sentiva sulle spalle.
E inoltre, aveva assoluto bisogno di silenzio e tranquillità per cercare di capire come giustificare il foglio di giornale che sperava la modella trovasse prima di cena. Per non parlare di Sian. Chiamarla e chiederle se per caso sapesse nulla di un attentato terroristico in arrivo entro pochi giorni era fuori discussione. Doveva affrontare la questione da un'angolazione diversa. Ma quale?






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