New York City, Queens.
Ore: 1.40 am.

I pensieri inseguivano la sua ombra proiettata sul selciato del sentiero costeggiato da abeti e cespugli spogli, con poche gemme d'un verde intenso, che alla luce fredda dei lampioni si scorgeva appena. Era una ragazza all'apparenza normale, i capelli castani scivolano sul giubbotto nero, mentre i jeans attillati mettevano in risalto il suo corpo snello ma armonioso, stringeva nella mano sinistra la catena di un guinzaglio ed il cane che la superava di mezzo metro nella passeggiata era un muscoloso cucciolo di Golden Retriever, spesso cercava di strattonare il braccio teso della padrona oppure di soffermarsi nelle zone d'ombra ma la bipede non subiva minimamente la forza del cane, era come se dirigesse un volpino di Pomerania.
Brynhild Hack aveva sonno, lo studio l'aveva impegnata per l'intero pomeriggio, aveva cenato davanti agli appunti seduta sul copriletto proprio con Josie, la sua esuberante cucciola.
L'aveva comprata il 23 Dicembre, quando aveva concluso la lettura di “Marley & Me” in lacrime, sua nonna era stata entusiasta all'idea, sosteneva che una compagnia stabile, che non si limitasse a stropicciarle le lenzuola ed a lasciare una tazza nel lavandino, aiutasse la nipote a maturare nei rapporti interpersonali. Brynhild non era affatto interessata alla banale quotidianità delle sue coetanee: non voleva che un ragazzo mettesse becco nella sua esistenza, che qualche amica limitasse la sua indipendenza; lei era fatta per sola o con qualche creatura che non desiderasse criticare sue scelte.
Era rimasta in attesa di un cenno per interminabili mesi, era tornata all' Università, aveva ripreso il suo vecchio impegno in barba alla crisi incalzante, le visite a sua nonna erano le sole note positive, il resto era intollerabile.
Aveva trascorso troppe giornate dietro alla cassa del coffe-bar a salutare volti anonimi di cui non ricordava nulla; Brynhild non era nata per essere una qualsiasi cameriera con la targhetta appuntata al petto e pure il ruolo di studentessa le stava stretto; sapeva che la giustizia non era scritta nei volumi di Legge aridi e contraddittori, sui quali costruiva un futuro grigio e opaco come la sottile nebbia che saliva dal suolo.
La verità era più semplice e subdola, prevedeva l'espiazione dalla colpa e non la riabilitazione del carnefice, per cancellare un torto non serviva il tempo ma la coscienza e nessun tribunale sapeva guardare nell'animo umano, nessuna prigione poteva lasciare un uomo solo con la propria colpa.
Gli allenamenti fisici erano le lunghe corse nel parco con Josie, qualche flessione prima di svegliarsi sotto il getto sferzante della doccia, le armi erano chiuse in un armadio a cui la Hack aveva messo un lucchetto: le armi da taglio e da fuoco, la sua amata balestra erano residui impolverati di un' esistenza che le sembrava simile ad un sogno infranto, ad un'illusione che aveva assaporato per pochi istanti.
Aveva ripreso a fumare, a portarsi in casa degli estranei e poi come un raggio di sole nel cielo plumbeo aveva ascoltato i quattro messaggi nella segreteria telefonica.
Il primo era Ariel Hack che rammentava alla nipote l'appuntamento domenicale, il secondo era di un tizio che credeva di aver scordato sul lavandino la sua fede nuziale ma Josie non aveva ritrovato niente, il terzo era di una compagna di corso ed il quarto era di Gerald David Kaine.
-La Bliss è scomparsa, puoi trovare la notizia ovunque. Fammi sapere cosa ne pensi.- lapidario, incisivo, insindacabile come qualsiasi capo che Brynhild ritenesse opportuno stimare, ovvero solamente Kaine.
In principio, s'era convinta che Isolde avesse deciso di prendere una vacanza come aveva fatto Lirit ma senza il coraggio necessario a comunicarlo, poi scavando a fondo aveva cominciato a temere per la sorte della ragazza. Non era scappata e se l'aveva fatto doveva essere disperata. Si era forse chiesta dove fossero tutti gli altri e perché fosse così dannatamente sola.
Josie si avviò verso la strada scodinzolante, mentre la Hack la seguiva sempre con maggiore cautela. Sperò di trovare qualche un teppista ansioso di molestarla, un autista ubriaco capace di sfiorare lei o Josie con la sua macchina, ma non c'era anima viva o morta, soltanto il suono assordante del silenzio.
Brynhild trasse un lungo respiro, presto la sua vita sarebbe cambiata per l'ennesima volta ed il suo istinto primario era quello di sfondare il cranio a qualcuno. Si costrinse a restare calma, sarebbe arrivata la resa dei conti e nel saldarli, Brynhild Hack era la migliore.

Fu una mattinata del tutto simile alla precedente; un raggio di sole pallido filtrò attraverso le tende della sua camera da letto, la luce lo colpì in viso mentre ancora riemergeva da un sonno agitato.
In quelle stelle dorate, Gerald David Kaine, rivide i suoi morti.
La mano sinistra accarezzò un lembo del lenzuolo, come se una parte di lui sperasse di sfiorare il fianco di una donna addormentata. Era rimasto immobile, i ricordi svanirono e la realtà l'accolse nella sua umida tristezza.
Nessun uomo di Las Vegas sarebbe finito all'inferno, perché Las Vegas era già un girone dantesco che ribolliva di rancore, sotto la calura estiva colava una disperazione vischiosa che macchiava anime senza volontà di redenzione. Ogni sguardo nascondeva un segreto, un labirinto contorto che si snodava lungo menti devastate dallo squallore rivoltante della loro vita.
Gerald era all' inferno ed era convinto di meritarselo.
Non rimase a lungo nella sua villa dalla facciata immacolata, uscì con sollievo nel giardino dal prato all'inglese ed inforcò gli occhiali scuri: era una abitudinario, insofferente ai cambiamenti e metodico, così lo definiva sua moglie ed aveva ragione.
Non si diresse nel centro della città, si fermo nella parte residenziale, la sola che conoscesse a fondo.
Il suo edicolante era un signore di mezza età, non aveva i suoi capelli rossi e non poteva vantare lo stesso fisico asciutto di un ex poliziotto ma aveva due figli adulti, un nipotino ed una donna che lo aspettava a casa. Era un brav'uomo, forse possedeva qualcosa che a Gerald era negato: la normalità.
Aveva cercato stoltamente di crearsene una fittizia, costruita sui compressi, ma la punizione non si era fatta attendere e le ferite che aveva riportato sanguinavano copiosamente al suo risveglio, quando non sentiva il respiro regolare della moglie e non scorgeva la sua sagoma in cucina assorta nella lettura di un quotidiano.
-Dovresti aspettare il pomeriggio. - gli aveva consigliato spesso Gerald.
Lei gli aveva dato la medesima replica: -Le notizie non diventano più sopportabili al tramonto.-
-No, ma non ti rovinano la colazione. - era solito risponderle.
Neena Kaine era bellissima, aveva i capelli e gli occhi bruni ma il suo sorriso avrebbe potuto rasserenare la più tetra delle giornate.
L'aveva incontrata per caso, sul principio era rimasto stupito dal fatto che una studentessa brillante, dolce e sicura di sé fosse interessata ad uno scapolo quarantenne, il cui appartamento era una mera succursale del suo ufficio di ispettore capo della Polizia, ma poi ogni loro azione era parsa giusta e naturale, anche sposarsi e sperare che un giorno sarebbe arrivato un bambino nella loro vita.
Erano stati felici, non c'era stata una discussione che perdurasse oltre le ventiquattro ore, non si erano mai lamentati dei reciproci impieghi perché l'uno era il mondo dell'altra, perché la loro era un'esistenza serena, perché si amavano e si sarebbero amati sino alla fine.
Fu così, ma Gerald non aveva messo in conto che sarebbe stato lui a seguire il feretro della compagna, che le sarebbe sopravvissuto, gli era parso un pensiero illogico, un timore patetico: lui era un agente di Polizia, lei una tranquilla insegnante; lui era in là con gli anni e Neena non aveva ancora festeggiato i trent'anni. Era sciocco credere che proprio Kaine sarebbe rimasto vedovo, ma la tranquillità di cui aveva goduto andava pagata. Neena era stata colpita durante per averlo amato, Gerald sentiva il peso della colpa nel suo stesso sangue.
Era accaduto di mattina, il soleggiato preludio di un giorno uguale agli altri: la moglie aveva bevuto una tazza di cappuccino sfogliando un paio di riviste, s'era lamentata per il disordine che imperava nel bagno, mentre Gerald incurante le domandava una parere sulla cravatta. Erano in leggero ritardo, Gerald l'aveva salutata con un colpo di clacson ed aveva udito la risposta, aveva sorriso; le loro strade si erano divise per sempre.
Un suo collega, un coetaneo che aveva incontrato all' Accademia, un caro amico di famiglia l'aveva raggiunto nel primo pomeriggio; Kaine l'aveva visto varcare la soglia dell'ufficio con un'espressione di cordoglio sul volto solcato da rughe sottili, aveva il colletto della camicia aperto. Gerald aveva creduto che stesse per annullare la cena del Venerdì sera, che Jane si fosse ammalata e stava pensando di avvisare Neena, ma poi l'altro l'aveva fissato in silenzio con gli occhi lucidi.
-Fatti forza, amico mio. - aveva esordito, la voce ruvida che rischiava di incrinarsi come un vetro.
Gerald aveva capito che per sopravvivere sarebbe stato costretto a tenere il ricordo di Neena in sé, il baratro lo stava per inghiottire, soltanto lei poteva salvarlo.
La sua casa non era mutata: conservava i post-it che lei aveva dimenticato sul monitor del computer, la sua agenda e gli scontrini dei negozi in cui era stata il pomeriggio precedente alla sua morte.
Era stato un omicidio a sfondo razziale, un suo stesso studente le aveva sparato al petto, le aveva spezzato il cuore.
Neena era una Nativa Americana ed osava insegnare Letteratura ai bianchi, perciò serviva dare una lezione alla sua razza, così aveva detto il suo assassino.
Quando le aveva sfiorato la fronte per l'ultima volta, il corpo di Neena era pallido e freddo, Gerlad le aveva promesso di leggere il quotidiano al mattino.
Non poteva assicurarle null'altro, meno che mai di farcela senza la sua presenza, senza il suo fantasma che intravedeva nella mente, senza l'illusione che lo spirito di Neena perdurasse in lui e nel cerchio d'oro che portava al dito.
Gli parve di vederla davanti all' edicola, non distante dalla ragazza che stava discutendo con il giornalaio sulla politica interna.
Erano pochi a nutrire dei dubbi riguardo al nuovo presidente e Gerald non era uno scettico sulla questione, non lo sarebbe Neena fra l'altro.
-Dovremmo fare dei sacrifici, ma ne usciremo. - stava spiegando l'uomo gesticolando: -L'ha detto chiaro e tondo, io gli credo: è uno onesto. Uno che ha visto il nostro paese, lui pensa alle persone più che ai pozzi di petrolio La guerra finirà e risparmieremo quei soldi pubblici che mandiamo in un paese di cui non pronuncio manco il nome !- terminò e l'altra annuì convinta
Neena avrebbe convinto Gerald a presenziare al giuramento, avrebbe applaudito e sorriso trionfante, l'avrebbe abbracciato nel cuore della notte per avvisarlo che era cominciata un'era diversa e migliore, Gerald avrebbe finto di crederle oppure sarebbe riuscito a pensarlo, perché da quando Neena era morta non c'era stata più Giustizia l'Umanità era diventata una maschera tragica ed oscena.
Esisteva l'onestà ma era stata proprio quella a tradire Neena, a voltarle le spalle e Gerald non era pronto a vederla, a riappacificarsi con la sua integrità, con la sua moralità ferrea. Viveva nell' attesa.
Fece due chiacchiere con il pingue venditore, si fermò in una caffetteria quando l'umidità era tollerabile per gli abitanti e soffocante per i turisti.
Lesse alcune notizie con il bicchiere di carta in mano, si soffermò un paio di volte ed infine giunge alla pagina della cronaca.
Nel pomeriggio riprese in mano quelle pagine lasciate a metà.
Omicidi di bande rivali, traffici di droga miracolosamente scoperti, pedofili in manette dopo decenni di ingloriosa attività.
Una fotografia attirò l'attenzione di Kaine: donna dai lunghi capelli castani in contrasto la pelle chiara e l'aria malinconica lo fissava muta, incorniciata fra le parole di qualche giornalista sottopagato.
Lei era Isolde Neve Bliss, nota figlia d'arte, era scomparsa dal soft della matrigna tre giorni prima, probabilmente all'alba, non aveva preso né vestiti, né soldi, se fosse uscita di sua spontanea volontà sarebbe stata intravista su qualche marciapiede in pigiama e pantofole. Non c'era traccia di lei, gli amici, i parenti, persino la polizia si concentravano sull'ipotesi di un rapimento.
Isolde Neve Bliss, Gerald sfiorò la mascella della piccola del gruppo, ingenua ed impulsiva. La stessa Isolde che aveva intuito chi lui fosse in realtà. Trattenne un sospiro, aveva pregato che la fine fosse meno dolorosa, ma nessun inesistente dio l'aveva ascoltato.
Era il tramonto quando estrasse dalla cassaforte in soggiorno, dietro al ritratto della moglie, un quaderno dalla copertina nera.
L'attesa era terminata.